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Terremoto in Cile

2 marzo 2010

da il Sole 24ore di domenica 28 febbraio

Lo spirito di una terra che non si arrende

di Bruno Arpaia

Un’esilissima striscia di terra lunga 4.200 chilometri, lungo la quale si succedono implacabili deserti, ghiacciai e laghi cristallini, foci di fiumi maestosi, ghiacci quasi antartici. Il Cile è questo: un paese vario e meraviglioso, che però, sfortunatamente, si trova al centro della cosiddetta “cintura di fuoco”, dove lo scontro fra la placca tettonica di Nazca e quella sudamericana provoca un terremoto altamente distruttivo in media ogni dieci anni.
I cileni lo sanno bene, non dimenticano la loro storia, non dimenticano quel terremoto che distrusse Santiago nel 1647 e che ispirò un bellissimo racconto di Kleist. I cileni non dimenticano il sisma del 1960 a Valdivia, il più forte del Novecento, con i suoi 9,5 gradi della scala Richter e i suoi 1.700 morti, né quello del 1985. Perché i cileni sono, sì, un popolo latino, aperto, solidale ed espansivo, ma sono anche quasi tedeschi quanto a scrupolosità e previdenza. Perciò, dai deserti di salnitro del nord ai paesaggi montani della Cordigliera o dell’isola di Chiloé, la stragrande maggioranza delle case e dei palazzi viene costruita da decenni secondo rigorose norme antisismiche. Anche per questo il terremoto di ieri non ha provocato decine di migliaia di vittime.
E tuttavia, in questi momenti, penso alle sterminate città di casupole e di baracche attorno alla capitale, a Valparaíso o a Viña del Mar, dove non ci sono palazzi, né case vere e proprie. Penso ai loro abitanti poverissimi e fieri, anche se, per gli economisti neoliberisti e per il Fondo monetario internazionale, la loro povertà non esisteva e non esiste. Quelle baracche di lamiera, mi dico, saranno state certamente distrutte; e anche se lì quasi nessuno sarà rimasto vittima di una trave caduta, perché quelle baracche non hanno travi, né acqua potabile, né elettricità, il terremoto avrà tolto a quei poveri anche il pochissimo che avevano.
Penso, chissà perché, a una tersa mattina dell’inverno australe, ai pellicani che contendevano ai pescatori il pesce appena pescato alla foce del BioBio, nei pressi di Concepción, l’epicentro del terremoto. Penso all’Università di quell’accogliente capoluogo, dove avevo tenuto una conferenza, e che adesso sta bruciando. Penso a Parral, a pochi chilometri da lì, dov’era nato un bambino di nome Neftalí Reyes che avrebbe vinto il Nobel con il nome di Pablo Neruda. E credo, soprattutto, nella capacità dei cileni di risollevarsi da questa tragedia, di dimostrare il loro spirito solidale, mai sconfitto da tanti anni di dittatura. So per certo che, come nel racconto di Kleist, «in quei momenti atroci nei quali tutti i beni terreni degli uomini vanno perduti e la natura tutta minaccia di sprofondare», lo spirito dei cileni «sboccerà come un bel fiore». «Sui campi» racconta Kleist, parlando del dopoterremoto del 1647, «si vedevano a perdita d’occhio uomini d’ogni ceto gli uni accanto agli altri; principi e mendicanti, matrone e contadine, impiegati e operai, monache e frati; e tutti si compiangevano, porgevano aiuto a vicenda, spartivano con gioia ciò che avevano salvato per il sostentamento della vita, come se la sventura comune avesse fatto di tutti i salvati una famiglia sola». Quella famiglia di cileni, inutile ribadirlo, è anche la nostra.

28 Febbraio 2010

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Mondo/2010/02/cile-terremoto-tragedie.shtml?uuid=a8411984-246e-11df-8906-310c0aabc48b&DocRulesView=Libero

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